Pierluigi Spagnolo: "Io, giornalista con la passione per le curve, vi spiego perché gli ultras non sono cattivi"

28.07.2018 13:00 di Andrea Martino Twitter:   articolo letto 3604 volte
Pierluigi Spagnolo: "Io, giornalista con la passione per le curve, vi spiego perché gli ultras non sono cattivi"

Negli ultimi anni il tema della "violenza ultras", degli estremismi insiti nelle curve degli stadi italiani e degli strumenti messi in campo per limitare - spesso annullare - il movimento del tifo organizzato italiano è stato al centro del dibattito politico e quotidiano. Giornali, documentari, approfondimenti, inchieste: molto è stato scritto e detto contro il mondo ultras e del tifo nel calcio in generale. In pochissimi, soprattutto fra gli addetti ai lavori, si sono invece schierati apertamente in difesa di uno dei fattori fondanti la società italiana negli ultimi cinquant'anni. 

Pierluigi Spagnolo, giornalista de La Gazzetta dello Sport, originario di Bari e orgoglioso tifoso di curva della squadra pugliese, ha voluto applicare il rigore della ricerca e dell'inchiesta giornalistica alla difesa del tifo organizzato italiano, andando a tratteggiare nel suo libro "I ribelli degli stadi. Una storia del movimento ultras italiano", pubblicato nel 2017, un quadro molto particolareggiato del tifo calcistico in Italia dal 1968 a oggi.

"Il libro nasce dalla mia grande passione per il mondo del tifo, che reputo essere un elemento di aggregazione e di socializzazione. Trovo che l'intero movimento del tifo, le curve, siano l'elemento più affascinante nel calcio. Ancor più della geometria del colpo di tacco e della rovesciata in campo", spiega il giornalista. "A 8 anni sono stato portato per la prima volta a vedere il Bari - prosegue - e ho immediatamente scoperto di essere maggiormente attratto dai colori, dai suoni e dalle immagini della curva, piuttosto che da quello che succedeva in campo". Al punto che ancora oggi, quando è libero da impegni lavorativi, Spagnolo va allo stadio a vedere il suo Bari seguendolo dalla curva o dal settore ospiti durante le trasferte.

Alla passione Pierluigi Spagnolo ha voluto unire anche il desiderio di mettere nero su bianco uno sfogo rivolto al giornalismo italiano in particolare, "che, soprattutto negli ultimi anni, ha preso di mira il mondo delle curve identificandolo come fonte di criminalità". "Mi sono resto conto - spiega - che spesso gli ultras ed il tifo organizzato vengono trattati con preconcetti e grande superficialità da chi li racconta. Le curve sono criminalizzate a priori, senza considerare invece che sono la forma di socializzazione e aggregazione più longeva in Italia". Per Spagnolo la curva è la perfetta fotografia della condizione sociale del nostro paese, perché al suo interno, gomito a gomito per 90', si possono trovare un muratore, un notaio, un operaio ed un avvocato. La ricerca del giornalista della Gazzetta quindi abbraccia un secolo di calcio in Italia, con un'attenzione minuziosa e rigorosa alle vicende degli ultimi 50 anni, nei quali è nato e si è diffuso il movimento ultras: il primo gruppo di tifo organizzato a mettere piede in uno stadio è stata la "Fossa dei Leoni" a San Siro, nella curva del Milan, nel 1968.

"Ho voluto sfatare tutti quei luoghi comuni che ormai viaggiano di pari passo con la cronaca nera riferita alle curve - commenta Spagnolo - per esempio il concetto che gli ultras hanno portato la violenza negli stadi. Ebbene: il primo morto in una partita di calcio in Italia c'è stato negli anni '20. Gli ultras sono comparsi soltanto 40 anni dopo". "Un'altra affermazione comune è che gli stadi in Italia sono vuoti per colpa degli ultras. Se si pensa al periodo storico del paese in cui sono sorti i primi movimenti, ci si può rendere immediatamente conto che negli anni '70 e '80 la situazione era di gran lunga peggiore, perché nello stadio filtrava il radicalismo politico di qualsiasi colore". Eppure gli stadi in quegli anni erano sempre pieni. "Non c'era la paura della violenza. Ma neanche oggi penso che ci sia: adesso gli stadi sono vuoti a causa dello strapotere delle televisioni, che propinano calcio a tutte le ore, provocando la fine del rito collettivo del ritrovo sui gradoni del proprio stadio".

"Ovviamente nel libro non ho omesso che nel mondo ultras la componente dello scontro e la logica del confronto fisico con i rivali è fondamentale. Altrimenti non ci sarebbero stati tutti gli eventi luttuosi che si sono verificati nei 50 anni raccontati. Ma da lì a dire che ultras è sinonimo soltanto di violenza ce ne passa: è una forzatura falsa", spiega con decisione Pierluigi Spagnolo. "Odio le generalizzazioni, e non mi stanno simpatici, per utilizzare un eufemismo, tutti coloro i quali sui giornali o in televisione si sperticano in analisi sociologiche fittizie che che generalizzano la violenza nel movimento delle curve", ribadisce il giornalista.

Spagnolo ha una risposta anche a tutti quelli che sottolineano la frequenza degli scontri fra frange di tifosi nel corso delle partite di calcio e la presenza di infiltrazioni criminali nelle curve degli stadi. "E' normale che sia così. Attenzione: ho utilizzato la parola normale, non sto dicendo che sia giusto. Il calcio in Italia è lo sport più seguito: a vario titolo 20 milioni di persone seguono il calcio. Non c'è nessun altro sport che possa vantare una base del genere. E' normale quindi che attorno a questo sport girino molti più soldi, e di conseguenza dove c'è denaro c'è anche la malavita. Ed è altrettanto normale che sarà più facile riscontrare infiltrazioni nelle curve delle grandi realtà come Juventus, Milan, Inter, Napoli, piuttosto che nei club di estrema provincia".

"Sarebbe arrivato anche il momento di sfatare la convinzione che la violenza nel calcio esiste soltanto in Italia - commenta Pierluigi Spagnolo - partiamo dall'Inghilterra. Qui non ci sono più gli scontri dentro agli stadi perché tutti sanno che se vengono presi finiscono in prigione senza alcuna speranza di uscire prima della fine della pena. Perciò molti gruppi si ritrovano lontano dagli spalti, e se le danno di santa ragione. In Germania, nei paesi scandinavi, nei paesi slavi, nella stessa Francia, ci sono molti scontri fra tifoserie. La differenza vera fra queste nazioni e l'Italia è la certezza della pena. Da noi pur commettendo un reato si è certi di poter farla franca: ma questo non è un problema del calcio, è un problema che sorge a monte e che si riflette in tutti gli ambiti della vita quotidiana degli italiani".

In chiusura Spagnolo riserva un pensiero anche alla sua squadra del cuore, spiegando che "per fortuna l'ipotesi della fusione fra il Bisceglie ed il Bari è stata scongiurata grazie anche alla sollevazione popolare delle due tifoserie. Il titolo sportivo è tornato nelle mani del sindaco, e dubito fortemente che il ricorso di Giancaspro per l''iscrizione in Serie B vada a buon fine. Il Bari dovrà ripartire con imprenditori limpidi, veri, mossi da passione pura, in Serie D. La città è completamente al fianco della squadra, ma non di chi l'ha portata dopo 110 anni al fallimento. Anche questo aspetto è emblematico del modo in cui viene organizzato e governato il calcio in Italia: per anni ci si è ingegnati a trovare escamotage per allontanare il tifo dalle curve, ma puntualmente i soliti loschi personaggi possono permettersi di far scomparire società, aprire debiti, commettere reati, non pagare i dipendenti".